In morte di Grant Hart (18/3/1961-14/9/2017)

Il rock non è più giovane. Non è più nemmeno la musica dei giovani, in verità, ma non è questo il punto. Quello che voglio dire è che il rock sta invecchiando. Stanno invecchiando i suoi eroi e molti di loro stanno morendo. Se è vero che la morte ha sempre fatto parte della retorica rock fin dall’inizio della sua storia, basti pensare a Buddy Holly, a Jimi, Jim, Brian e Janis o agli omicidi di Lennon e Gaye, è anche vero che queste erano morti leggendarie, violente e dannate, che non facevano altro che aggiungere mito al mito, amplificandone la leggenda. Adesso invece il rock sta scoprendo un’altra mortalità, più misera e prosaica, quella che arriva con l’età e le malattie. L’anno scorso David Bowie se n’è andato via con l’ultimo coup de theatre della sua carriera, mentre Leonard Cohen ci ha lasciato dopo aver pubblicato un testamento che trasudava morte e serenità. Solo nell’ultimo periodo ci hanno lasciato Greg Allmann, Clarence Clemmons e Lemmy Kilmister.

Oggi è stato il turno di Grant Hart.

Leggo la notizia della sua morte e il cuore ha un sobbalzo. Ripenso al mio primo incontro con Hart, avvenuto durante la mia adolescenza, con l’ascolto di “Warehouse: Songs and stories” e a come quel disco epocale a firma Husker Du divenne una delle colonne portanti della mia giovinezza. A questo punto dovrei parlare degli Husker Du, la band di cui Grant era batterista e cantante e che divideva assieme all’altro cantante e chitarrista Bob Mould e al bassista Greg Norton. Dovrei parlarne, ma non lo farò: su internet troverete centinaia di articoli sugli Husker Du. Vi basti sapere che per me e per molti ragazzi della mia generazione quel nome rappresentava una formula magica. Bastava pronunciarlo e si entrava nel mito puro. La fredda Minneapolis degli anni ’80, l’hard-core punk, le melodie beatlesiane che si facevano strada indomite in mezzo a tutto quel rumore, l’underground americano di band come Black Flag, Minutemen, Fugazi, Replacements, il do-it-yourself come stile di vita, che la loro non era solo musica, ma una vera e propria lezione di vita. Gli Husker Du sono stati tutto questo e molto di più. Sono stati i protagonisti dei nostri “anni importanti”. Sono stati quelli che la “rivoluzione comincia ogni mattina davanti allo specchio del bagno”. Sono stati una delle tre band che firmando con una major hanno spianato la strada all’emersione del rock indipendente americano, scoperchiando il vaso di Pandora che avrebbe poi portato prima i Pixies e poi i Nirvana in cima alle classifiche di tutto il mondo (per la cronaca, le altre due band erano i R.E.M. e i Sonic Youth). Poi lo scioglimento del gruppo e, per i due leader, una vita musicale a corrente alternata, foriera di alti e bassi.

Eppure non voglio ricordare Grant Hart con uno dei capolavori lasciatici in eredità col marchio Husker Du. Preferisco farlo ricordando l’ultimo suo disco, “The argument”, uscito nel 2013 e divenuto oggi il suo testamento. E’ stato il disco più ambizioso della sua carriera, ispirato nientemeno che al “Paradiso perduto” di Milton. Ci raccontò di un uomo solo, un perdente ormai ai margini della scena musicale che sembrava non avere più nulla in comune con il giovanotto che suonava in quella band leggendaria. Il suo aspetto emaciato (forse già minato dalla malattia che oggi se lo è portato via) rappresentava il perfetto contraltare visivo per quel sound scarno e lo-fi che sembrava comunicare la fatica immane del musicista che cercava di tradurre in note il mondo che aveva in testa. E affinché ci riuscisse era necessario che a farlo fosse solo, suonando in prima persona tutti gli strumenti (sono pochissimi i contributi esterni). Così nacquero canzoni dalla bellezza abbagliante come il midtempo di “Morning Star”, la ballata bowiana di “Awake, arise”, la malinconia struggente di “I will never seen my home”, il rock alla Husker Du di “It isn’t Love”.

C’era grandezza in quel disco e un senso di estraneità dal tempo in cui l’autore si ritrovava a vivere. Forse Grant Hart stava già salutando e lo faceva con un’opera che chiedeva tempo e amore per essere davvero compresa.

E avanzare questa richiesta, in un tempo in cui tutto è frenetico e superficiale, è stata l’ultima lezione che ci ha dato.

3 risposte a "In morte di Grant Hart (18/3/1961-14/9/2017)"

    1. Grazie a Te, Franco. Io purtroppo non ho avuto la fortuna di vederli dal vivo. Hart ha dato tantissimo e forse ha raccolto meno di quello che meritava, soprattutto se ne paragoniamo le vicende a quelle del socio Bob Mould, che col tempo si è ritagliato un ruolo da guru della scena punk-rock americana. Il nostro affetto e il nostro ricordo gli valgano come (parzialissimo) risarcimento.
      P.S.
      Ho cominciato anch’io a seguirti!

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