Come molti appassionati di musica, amo redigere la mia classifica dei dischi più belli dell’anno. Sul perché gli appassionati redigano classifiche di questo tipo, non so rispondere: ognuno avrà i suoi motivi. Posso dirvi perché lo faccio io: per dare ordine. Ascolto in media circa 120-130 nuovi dischi all’anno (non di più: con il tempo che ho a disposizione, ascoltarne un numero maggiore vorrebbe dire non dedicargli la giusta attenzione) e per orientarmi in questo mare di musica, che ogni anno si ingrossa sempre più, ho bisogno di cartine. In giro se ne trovano di già compilate e pronte per l’uso, ma le migliori sono quelle che ti fai da solo. Senza contare che le classifiche di cui parlo funzionano straordinariamente anche come album fotografici della propria esistenza: se è vero che leghiamo i nostri anni alle canzoni e che queste, come madeleine intinte nel tè, sono capaci di riportarci anche solo con poche note a interi episodi della nostra vita di cui si pensava di aver smarrito il sapore, allora non c’è migliore raccolta fotografica che le liste degli album che più abbiamo amato.
Per rendere la classificazione meno onerosa, ho finito per redigerla con una specie di procedimento di work in progress che dura tutto l’anno, ma vi risparmio i dettagli per non annoiarvi. No, questa introduzione serviva solo per dire che di solito riconosco fin dai primi ascolti quello che poi sarà il mio disco dell’anno. Non il più bello, beninteso, ma il mio disco. Ad esempio, l’anno scorso non ho avuto bisogno di molto tempo per capire che nessuno avrebbe battuto il commiato dal mondo e dall’arte di David Bowie, né che qualche anno prima il Vic Chesnutt di “At the cut” (altro disco di ancora più drammatico commiato) non avrebbe avuto rivali; oppure che il ritorno di John Lydon alla guida dei suoi Public Image LTD mi aveva preso cuore, fianchi e immaginario come nessun altro. Ed ancora, nessun dubbio quando i Liars con “Sisterworld” si congedavano dalla serie A del rock indipendente per vivacchiare in una comunque dignitosa serie cadetta o quando gli Swans di “To be kind” portavano alla massima perfezione il proprio sound apocalittico un attimo prima che lo stesso divenisse un copione ormai noto e dunque, per quanto immane, meno emozionante.

Quest’anno (a meno di sorprese, in cui spero fino alla fine) è successo ancora e il disco in questione è “Book of change” a firma ENTRANCE, sigla dietro la quale si nasconde un prolifico e irrequieto ragazzotto americano di nome Guy Blakeslee che, dopo anni passati a trafficare con diverse ragioni sociali e differenti generi musicali (tentazioni weird folk, blues scheletrici, dischi strumentali per chitarra acustica, tastiere e drum machine, assalti chitarristici psych-stoner-blues), sembra aver trovato la sua vera dimensione tra i solchi di questo album che mescola il cantautorato americano degli anni ’60 con una certa soffice psichedelia californiana (chi non conosce a memoria “Forever Changes” dei Love, provveda subito, please), aggiornandone la lezione con otto canzoni (più due brevi strumentali) baciate dalla grazia del miglior sunshine pop.

(Piccola digressione: nella mia personale nomenclatura i dischi “Sunshine pop” sono quelli che – diffusi nell’aria – farebbero sbocciare il sole anche in un seminterrato umido. Amo questi dischi perché ti lavorano ai fianchi e, senza che nemmeno tu te ne accorga, ti si è stampato in faccia un sorriso. Un vecchio giornalista inglese aveva definito la musica dei Beatles come un’uscita anticipata da scuola in un giorno di sole. Ecco, il sunshine pop ha che fare con la gioia, l’innocenza, il sense of wonder dell’infanzia e il fondo di tristezza che coglie durante l’adolescenza. Ha a che fare con il “Good morning, Good Morning” che ci porgono i Beatles o con gli archi che aprono la “Grass” degli XTC; con le rassicurazioni dei Mojave 3 di “Any day will be fine” o con il power pop di “Buddy Holly” dei Weezer; con l’invito degli Spiritualized di “Do it all over again” o con la perfezione cristallina di “Saint Simon” degli Shins; con la britannica euforia dei Supergrass di “Alright” o con gli spiritelli sixties dei Pixies di “Here comes your man” o del Boss di “Hungry heart”; con il candore infantile della “Friday I’m in love” dei Cure o con l’invocazione dei Belle & Sebastian per “Another Sunny day”; con la “Hideaway” degli Olivia Tremor Control fino ad arrivare ai maestri Big Star (Thank You, friends), Beach Boys (Break away) e Kinks (Picture yourself) (P.S. eccovi una piccola playlist da suonare la mattina presto, quando oltre al caffè c’è bisogno di qualcosa di più forte per vincere l’inverno e la prospettiva di una giornata di lavoro tutta da guadagnare).

Questo per dire che a tale ipotetica playlist potrebbe benissimo aggiungersi “Always the right time”, ovvero la prima canzone di “Book of Change” con il suo arpeggio iniziale e il basso elastico su cui si adagia una melodia sbarazzina e un cantato solare che recita frasi dalla semplicità disarmante: “ogni volta che ti vedo mi innamoro di ogni cosa di te, so che solo insieme possiamo risollevarci (…) perché è sempre il momento giusto per l’amore”. Ma in questa fantomatica playlist di sunshine pop potrebbe benissimo trovare posto anche il brano che chiude il disco: “Revolution eyes”. Strofa piena e ritornello che si apre dilatando la melodia e il cuore di chi ascolta il brano. In mezzo, troviamo l’intreccio di chitarre acustiche e i cori femminili di “I’d be a fool”, il fischio iniziale di “Summer’s child”, che introduce una ninna nanna senza tempo (alcune melodie stanno li da sempre in attesa di rivelarsi: bisogna solo avere orecchie buone e andarsele a prendere), il Tim Buckley redivivo di “The avenue”, il folk da Greenwich Village di “Winterlady” con il suo ritornello struggente così come la storia che racconta, la ballata sontuosa di “Leaving California”. E poi infine “Molly”, una di quelle canzoni che ti danno fiducia nel futuro: nonostante tutta la musica che abbiamo ascoltato, è bello trovare ancora in giro qualcosa che ti fa sollevare la testa da quello che stai facendo e capire che ci saranno sempre nuove canzoni capaci di rapirti con la loro perfezione (non è questo che cerchiamo ogni volta che mettiamo su un disco?).

Non so se questo sarà l’avvio di una nuova sfavillante carriera o se invece Guy Blakeslee non riuscirà più a ripetersi e finirà per sparire dai nostri radar musicali, ma di una cosa sono certo: non sarà necessario sfogliare il mio album di ricordi musicali alla voce 2017 per ricordarmi di questo disco magnifico.

Voto: 9,00

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