Mi è sempre piaciuta l’idea che la vera libertà si può conquistare solo tramite l’auto-limitazione.
Tutta la storia della musica d’altro canto costituisce un lavoro di sottrazione: ogni volta che si abbraccia un genere musicale, si decide di utilizzare determinati stilemi e di escluderne altri. Da lì si prova poi a creare qualcosa di personale.
Un tempo si diceva Less Is More e d’altronde se i Pussy Galore non avessero rinunciato al basso non avremmo avuto il garage-punk di gruppi come Royal TruxJon Spencer Blues Explosion e White Stripes (che sposavano anche una curiosa limitazione cromatica nell’immagine) o se Robert Wyatt non avesse dovuto (drammaticamente) fare a meno della sua funambolica batteria e non avesse scelto (volontariamente) di lasciare che il colore dominante fosse dato dagli strati sovrapposti di un vecchio organo Riviera non avremmo avuto il sound in quel momento (e per sempre) inaudito di Rock bottom? Ed cosa dire della scelta di escludere le chitarre nel sound peculiare dei Morphine in favore di un sassofono be-bop e di un basso con sole due corde? E ancora: avremmo avuto “Nebraska” se Bruce non avesse scelto di mettere da parte quella macchina da guerra che al tempo era la E-street Band affidandosi solo a un quattro piste, la sua voce e la chitarra? 
Insomma, si potrebbe continuare ancora a lungo. Restringere la propria tavolozza diventa una maniera di creare. D’altronde è una questione di prospettive. A volte si ha bisogno di avere dei limiti, perché poi quello è il tuo spazio e là dentro puoi fare tutto quello che vuoi.

Questo mi sembra abbia fatto – non so quanto intenzionalmente – Giorgio Poi nel suo disco di esordio “Fa niente”.
In realtà, il ragazzo non è di primo pelo. Insieme a un altro italiano, a un francese, un austriaco e un messicano aveva dato vita a Berlino a una band pop-psichedelica di nome Vadoinmessico. Progetto poi evolutosi cambiando nome (Cairobi) e base operativa (Londra). Successivamente, colto da nostalgia di casa, Giorgio ha cominciato a scrivere canzoni in italiano per combattere la sensazione di ritrovarsi straniero in terra straniera. 
In questo disco ce ne fa ascoltare sette (più due brevissimi intermezzi strumentali).
Ecco questa è, in breve, la storia. 
Ma arrivo al punto: quello che mi ha colpito maggiormente del disco di questo giovane italiano all’estero dalla faccia comune e la voce da cartone animato leggermente stridula non è tanto la qualità delle canzoni (che sono belle di una bellezza semplice e fragile), quanto la sua idea di musica. Giorgio Poi non è un semplice cantautore, ma un musicista che ha un suono in mente e che ha realizzato auto-limitandosi.
Sì, perché avevo dimenticato di dirvi che il ragazzo, inizialmente, si trovava all’estero per studiare chitarra jazz e che si è diplomato in questa materia al conservatorio di Londra.
Eppure nel disco non vi è traccia di jazz, né di complesse partiture di chitarra che anzi, liquida e psichedelica, pulita e onnipresente, viene suonata nel modo più semplice e lineare possibile, lasciando piuttosto a un basso melodico e dinamico e a ritmiche, ora acustiche ora elettroniche, il compito di dare movimento ai brani.
Giorgio ha deciso di auto-limitarsi perché solo così sarebbe riuscito ad ottenere quel particolare sound minimalista che ha i colori plumbei delle città che abitiamo e della quotidianità che ci avviluppa ogni giorni con la sua routine. 
E così come le strade ci diventano familiari a forza di essere percorse, le sue melodie piano piano escono allo scoperto, staccandosi dal grigiore uniforme di un sound minimalista e illuminando, come epifanie, tutto il contesto.
Nella sua musica rimane un astrattismo di fondo che comunica un senso come di nostalgia e di perdita di qualcosa di indefinito che forse non si è mai posseduto.

Il disco mi ha fatto venire in mente il vecchio dibattito sull’arte contemporanea e sul sospetto che si tratti solo di bluff spacciato per arte.
Una mia amica diceva sempre che un artista “prima mi deve dipingere la Gioconda, poi può fare tutti gli scarabocchi che vuole, se no, è solo una scorciatoia“. Non sono mai stato d’accordo con tale ragionamento, ma – volendolo dare per buono – penso che Giorgio Poi potrebbe dipingere la sua Gioconda jazz, ma ha scelto un’altra strada. Ha dipinto il suo piccolo quadro minimalista.
La scommessa può dirsi riuscita e noi possiamo godere di queste composizioni dimesse in cui si raccontano storie che parlano della paura esistenziale di smarrirsi (“ho lasciato l’appartamento al terzo piano / l’ho guardato bene per sentimi più sicuro / ma tienimi la mano che ho paura di morire / come quella volta che pensavo di annegare dentro quella stanza di un palazzo comunale” da L’abbronzatura), di avventure in città che si rivelano nuove e fascinosamente sconosciute (“Hai detto non mi va di restare a casa / Andiamo fuori a guardare La notte scivolare sul canale. Vivere in città piene di tombini e di bombole del gas / Di centraline e tubature / E strane connessioni / Fibre ottiche e cereali auricolari che fanno bene a tutte le età. Adesso che tutto è già deciso/ Che il tempo non ci scappi tra le mani/ Facciamo le valigie e via lontani / Hai visto com’è strana la città?” da Tubature), di storie d’amore che non si decidono a finire perché forse una speranza ancora c’è (” E con il cuore a rovescio e gli occhi fermi fuori dalla finestra/ Ho dichiarato guerra a tutta la tua leggerezza e solo per un attimo / Ti è scappato dalle labbra un sorriso / Un po’ di esitazione su una faccia che ha già deciso / Ma resta un altro po’ / Uh fuori come piove/ Ti si fermano a metà tutte le parole che rimangono tra i denti/ Chilometri di filo interverbale/ Per poterle pronunciare / E prevenire l’imbarazzo di un’incomprensione” da Niente di strano) di riflessioni sui rapporti di coppia stranamente mature (“La bocca è il nascondiglio più sicuro per un malumore. Quello che non ci si dice / Si cerca di ingoiare / Con l’acqua minerale / Per ricominciare / A volersi bene/A sentirsi bene” da L’acqua minerale)

VOTO: 7,50

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