L’ultimo album di St Vincent riparte da dove terminava l’ottimo omonimo “St Vincent”, album quest’ultimo che con le sue chitarre angolari e spigolose, l’uso sapiente dell’elettronica “mescolata” ad arte con gli strumenti tradizionali, le melodie vocali ad un tempo orecchiabili e rugose e ardite, tra i Talking Heads surreali e certe epicità caotiche alla Bowie, aveva convinto gran parte della critica, al punto tale che molti addetti ai lavori e riviste di prestigio l’avevano eletto nel 2014 album dell’anno.

Ora a distanza di 3 anni St Vincent è tornata, e l’ha fatto a modo suo, cioè spettacolarizzando quasi fossero delle piccole performance dadaiste le anticipazioni dei singoli del nuovo album, ma soprattutto rimanendo assolutamente fedele alla sua urgenza di ricerca artistica, di sperimentazione, in quella sua voglia evidente di spostare sempre più in là’ i confini in cui si muove la sua musica, tutte necessità che sono evidenti e prioritarie rispetto invece all’esigenza di realizzare un prodotto commerciale vendibile.

Dico questo perchè leggo in giro che questo viene considerato da tanti recensori l’abum pop di St Vincent, l’album della svolta commerciale, ed io sinceramente trovo questo giudizio una banalizzazione: sembra quasi che si confonda il fatto che l’artista abbia deciso di portare alle estreme conseguenze la ricerca e l’esplorazione sulle sonorità elettroniche, in questo album decisamente più presenti e con un ruolo di primattore rispetto alle chitarre, ma anche la sua ricerca legata ai ritmi, e quindi se parliamo di elettronica anche ai generi in cui spesso nel mondo della dance l’elettronica viene declinata, dicevo si confondono queste scelte artistiche come un “cedimento” commerciale, quando invece è la naturale evoluzione di un pensiero e di una ricerca che aveva cominciato a dispiegarsi nell’album omonimo del 2014.

E la dimostrazione più lampante è una canzone come Sugarboy, che parte come I feel Love di Donna Summer, ma non appena St Vincent comincia a cantare è subito evidente l’intento parodistico, ma nella migliore tradizione oserei dire bowiana, cioè la parodia come operazione di demolizione di alcuni clichè per trasportare un genere, una sonorità, in mondi che non gli appartengono, per scoprire nuovi orizzonti musicali, ed infatti quanto incongruente è quel ritornello gutturale e cacofonico che si alterna alle cristalline e “commerciali” linee di sintetizzatori.

O come il Los Ageless, gioco di parole che richiama il tema concettuale cui sottende il concept ed i testi di Masseduction, cioè una critica mai banale della società dei consumi, giocando con testi tra il surreale e il reale, tra l’ironico e l’atroce, dicevo come Los Ageless che parte con quella linea di basso di un sintetizzatore analogico, così cara a tanta elettronica da dancefloor, ma che poi si inerpica su pendii scoscesi quando irrompono quelle stilettate di chitarra alla Robert Fripp, o la sua voce si scioglie in quel canto struggente e disperato, quella melodia vocale tra preghiera e inno, come solo la St Vincent più “autentica” può e sa fare, un artista che si abbandona alla sua voglia di sperimentare con generi e sonorità disparate, ma che dimostra ancora una volta anche la sua straordinaria capacità di muoversi in uno spazio indistinto tra artificiosità e sincerità, tra gioco concettuale e gesto istintivo, esattamente come il miglior Bowie (e devo dire che la presenza del Duca Bianco aleggia parecchio in questo album, non a caso molti pensano che St Vincent potrebbe diventare il nuovo Bowie).

Gli esempi sono tanti in questo disco, da Saviour che parte come un brano del miglior Prince e poi si schianta, ancora, su un ritornello wave che tocca le corde di una epicità lirica e sinfonica, o come la furia angolare di Young Lover, furia caotica di chitarre che si mescolano ai synth, urgenza di quella voce disperata che domina le tempeste e le maree, arpeggiatore dance in lontananza che si schianta sugli scogli, oppure la melodia-gioco, vero canto da bambini e per i bambini, di Pills, che corre sulle autostrade di una elettronica dai richiami motorik e poi improvvisamente rallenta, sterza, diventa canto liquido, assorto, meditativo, che racconta la stessa emozione dell’urlo di quei fiati atonali e dissonanti che irrompono in sottofondo.

Anche se per me forse i brani più emozionanti sono quelli in cui St Vincent si spoglia, sia musicalmente sia a livello di testi, comincia a raccontarci schegge della sua vita, forse per la prima volta nella sua carriera, ma ce le racconta come solo un artista che non crede che sia interessante utilizzare i dischi per fare autoanalisi e vomitare addosso al pubblico le proprie vicende personali può fare, meglio trascendere il personale nell’universale, mescolando appunto autenticità e finzione, sincerità e maschere, come in una performance dada.

Sto parlando di Happy Birthday, Johnny, in cui la voce diventa il solo contrappunto al pianoforte, brano in cui il dolore è palpabile, evidente e bianco come la neve, e non ci può consolare quel magnifico interludio di chitarre luminose che irrompono a metà canzone.

Oppure come New York, in cui al pianoforte si alterna la corsa a perdifiato verso i gorghi sonori e le luci elettriche delle strade che uniscono ogni metropoli in ogni luogo, o come i fenomenali due ultimi brani, Slow Disco, galassia di archi, voce che narra di mondi a venire, e Smoking section, canto funebre ma paradossalmente anche sembra un canto natalizio, ancora gioco dadaista tra sincerità e concettualità, questo è canto per una società che è tragedia e parodia di se stessa, un canto che si spegne con quel “it’s not the end” che viene ripetuto come un mantra fino alla fine del brano, che però ci lascia quella bruciante e dolorosa sensazione che invece stiamo precipitando in qualche modo proprio verso la fine…

Voto: 8.0

2 risposte a "ST VINCENT – MASSEDUCTION"

  1. Sottoscrivo ogni parola.
    Il nuovo disco di St. Vincent si pone in perfetta continuità con il suo percorso artistico, rappresentandone un ulteriore perfezionamento. Anch’io come Te, non vedo alcun cedimento commerciale per un artista che fa della sua “componente pop” il nucleo stesso della propria poetica, nonché l’oggetto della propria riflessione artistica.
    Il rischio paradossalmente è che la ragazza risulti “troppo brava”. Nel suo disco tutto è perfetto: scrittura sempre eccellente, arrangiamenti chirurgici, ricerca ritmica e timbrica notevole, capacità da perfomer invidiabili, artwork cerebrale e strutturato all’interno di una esperienza artistica totale che comprende anche live e performance visive. Ma l’assenza di sbavature rischia di avere come conseguenza un eccesso di freddezza.
    Insomma, a volte mi viene da pensare che Annie Clark non esista, ma che sia la prima artista generata al computer. Che sia frutto di algoritmi programmati per dare forma all’artista definitiva e capace di raccontare un presente sempre più inumano. Ma forse questa idea, suggerita dalla sua musica, costituisce parte della grandezza di St. Vincent.

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    1. Grazie per il commento! si è veramente forse “troppo brava”, in che fa anche un pò ridere…forse è per questo che i brani che mi hanno emozionato è quando si è messa più a nudo, come ho scritto nella recensione, si coglie un lato più indifeso, come un accenno di nervo scoperto che nel resto della produzione non emerge…concordo con te, è una grandissima artista pop, ma nel senso di pop art, proprio nel senso wharoliano e bowiano del termine, mescolare arte alta e arte basse, esperienza artistica totale come dici tu, io non so se può essere veramente l’erede di Bowie, quello che Bowie è stato specialmente nel decenno 1970 – 1980 penso sia irripetibile per tante ragioni, però da fan totale di Bowie quale sono io l’idea che uno dei suoi possibili “eredi” sia una artista donna come St Vincent è una idea che mi piace ;))

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