Dico subito che considero questo disco d’esordio una delle cose più interessanti uscite negli ultimi tempi, e questo per la freschezza e la vitalità della musica, ma anche delle idee e dei mondi che, attraverso la musica, vengono espressi dai Broen, un vero viaggio cosmico attraverso un paesaggio fatto di sincretismo tra vari generi, originalità, voglia di sperimentare soluzioni mai scontate.

I Broen sono Marianna Røe, Lauvdal, Heida Mobeck, Hans Hulbækmo e Lars Ove Stene Fossheim, sono studenti di jazz alla Norway’s Sund Folkehøgskole, e quello che posso dire è che sicuramente hanno e possiedono un mondo, creano e si muovono all’interno di un mondo musicale che è già personale, originale, riconoscibile, e questo penso sia tutto per un artista.

Scrivevo poco più sopra di “sincretismo musicale”, perchè si, i Broen in questa loro opera prima, I ❤ Art (sulla copertina del disco al posto di ❤ ci sta un cuore, a significare “love”), riescono ad unire con coraggio, ma anche straordinaria creatività ed efficacia suggestioni che arrivano dal jazz, dal pop, dall’elettronica, dall’hip hop, dal rap, e come ho già detto lo fanno con personalità ed originalità.

Non so, adesso forse sto scrivendo sulle ali di impressioni forse anche fin troppo personali piuttosto che “oggettivamente” critiche, ma a me ricordano alcune delle cose migliori della Yellow Magic Orchestra di quel Sakamoto che provava ad unire il rigore concettuale dell’elettronica dei Kraftwerk con l’espressionismo gioso e malinconico ad un tempo della cultura orientale.

Sicuramente l’uso dei synth, la scelta stessa dei suoni, ricordano moltissimo quelli della YMO, con quelle bordate trasparenti e liquide, a volte anche citando direttamente strutture melodiche, sia nel cantato che nei riff di tastiere, che arrivano dalla musica giapponese, l’esempio più lampante è Serenade, ma anche in , moderna Taking Island in Africa (prima collaborazione tra Sakamoto ed i Japan di David Sylvian), che però si attualizza subito in un rap brumoso, con quella batteria pesante, scandita, dark, che sembra quasi una campana che risuona tra ghiacci polari e gli astri, oppure come in Pride, che parte come un ibrido tra jazz, jungle e rap, ma poi si trasforma in una colonna sonora di un film a venire, sognato ma mai realizzato, ectoplasma di samurai che si contendono vita e morte tra i ciliegi, con quei sintetizzatori immaginifici e visionari quasi a parodiare certa cinematografia orientale.

Ma nel mondo dei Broen come già detto c’è anche il jazz, come nel sassofono baritono che scaglia riff acidi contro le trombe dissonanti di Black Line, prima che il ritornello si sciolga in uno swing psichedelico con quelle voci effettate da vocoder e riverberi suadenti, c’è il (techno) pop di Time, veramente una ventata di freschezza in un mondo, quello che pop, fatto di prodotti studiati a tavolino da esperti di marketing, qui invece c’è ispirazione ma, soprattutto, voglia di contaminare e di contaminarsi con soluzioni inaspettate, tra sperimentalismo e estrema orecchiabilità, o il funky di You (Detective), con quel sintetizzatore annoiato e strascicante che quasi sembra voler far inciampare il ritmo impeccabile scandito dalla batteria, ma poi quella melodia vocale tra lounge e tradizione di alcuni dei migliori gruppi vocali jazz (mi vengono in mente i Manatthan Transfer), rasserenante e decadente, una melodia che più “cool” di così non si può.

Insomma bravi bravi bravi Broen, vi seguirò con la certezza che saprete ampliare e rendere sempre più complesso ed interessante il vostro mondo musicale, artisti intelligenti, coraggiosi, vogliosi di sperimentare soluzioni musicali sorprendenti e mai banali, e quindi posso dire senza timore che I ❤ Broen!

Voto: 7.5

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