Come nella vita, anche nella musica c’è chi c’è e chi ci fa.
Ovvero ci sono quelli che fingono e quelli che invece fanno aderire la propria arte alla propria vita. Niente contro chi rappresenta un personaggio e imbastisce una rappresentazione stra-ordinaria di sé (“Adoro la recitazione. E’ infinitamente più reale della vita” diceva Oscar Wilde, santo protettore di tutti gli esteti), ma oggi voglio parlarvi di un artista che appartiene alla seconda categoria.
Nick Cave ha da sempre incarnato la figura del maledetto.
Forse per via della combinazione sguardo truce/voce cavernosa o magari a causa di testi da cui filtra sempre poca luce (per dire, in “Murder Ballads” si parla solo di omicidi violenti) e di certo non ha aiutato il fatto di accompagnarsi a una band, i Bad Seeds, il cui aspetto ricordava più quello di certi rapinatori di banca in attesa del colpo buono che di semplici musicisti. Insomma il vecchio Re Inkiostro è stato da sempre collegato al tormento tipico dell’artista che non lascia in pace se stesso.
Quando però gli anni passano e nel frattempo non hai immolato la tua vita al rock n’ roll, come tanti tuoi colleghi, magari qualcuno comincia a chiedersi se tutti gli eccessi che ti venivano attribuiti rispondevano a verità o se tutto non facesse invece parte di una leggenda montata ad arte. A mio avviso però Nick Cave rappresenta uno dei musicisti più sinceri in cui possa capitare di imbattersi. Uno di quelli per cui, come dicevo all’inizio, vita e opere coincidono perfettamente.
La parabola della sua carriera parla chiaro, d’altronde: se il furore giovanile gli faceva pubblicare dischi crudi e violenti e la sua vita era una corsa a perdifiato tra poesia e abiezione, l’età matura ce lo ha presentato in una veste più riflessiva. La prima vera pausa Nick se la prende nel 1997: da un lato sente il bisogno di tirare il fiato, dall’altro alle macerie della sua vita sentimentale si è aggiunta anche la rottura con PJ Harvey con cui aveva avviato una relazione nata (letteralmente) durante il video del brano “Henry Lee”. Separazione che concorre a ispirare il suo personale “Blood on the tracks” ovvero il disco “The Boatman call“. Quel disco dolente rappresenta una svolta nella vita e nella musica del cantante australiano che finalmente si accasa e finisce per stabilirsi a Brighton, località dove per lo meno può comunicare con il prossimo: durante la sua permanenza a Berlino non aveva mai imparato il tedesco e dubito parlasse molto il portoghese durante il suo periodo a San Paolo. Insomma, mette su famiglia e comincia a sfornare dischi in cui sembra voglia assomigliare più a un Leonard Cohen dal passato magari un attimino più movimentato che alla versione infernale di un Johnny Cash che, al famoso crocicchio di Robert Johnson, ha fatto la scelta che sappiamo. Tutto sembra portare verso una serena maturità in cui più che il cantante tormentato a emergere è l’appassionato di gospel e blues. Ma quando sembra prospettarsi una prosecuzione di carriera dignitosa, ma certamente meno emozionante del passato, la vita (infame) riserva al nostro la stoccata più dura che possa capitare: il figlio Arthur di quindici anni muore a seguito di una caduta da una scogliera. Questo evento ispira il suo disco più emozionante degli ultimi vent’anni: “Skeleton tree“, già in lavorazione al momento del drammatico evento, ma che dalla morte è stato poi permeato finendo per divenire un’opera a cui sarebbe sbagliato attribuire categorie come brutto o bello, trattandosi piuttosto di un disco semplicemente necessario. E siamo al presente. Da dove possiamo osservare una parabola in cui ogni creazione di Nick Cave segue gli alti e i bassi della sua vita, come avviene d’altronde anche per i romanzi che ha scritto: provate a leggere il malsano “And the ass saw the angel” scritto nel 1989 in piena tempesta giovanile e confrontatelo con il finale pacificatore di “The death of Bunny Munro” pubblicato nel 2009 durante il suo periodo più pacificato.

Quello dell’artista che nella sofferenza dà il meglio di sé, è un vecchio luogo comune, magari non sempre vero, ma che spesso ci azzecca. Ma a tale luogo comune segue un corollario che riguarda tutti noi spettatori: se è vero che i nostri artisti preferiti realizzano i loro capolavori durante i momenti di sofferenza, allora questo vuol dire che noi vogliamo che i nostri idoli soffrano, semplicemente perché ci danno di più. Quasi come fossero figure cristologiche, soffrono al posto nostro, sperimentano la sofferenza e la mettono in arte, bruciano di vita e ne raccontano il dolore della fiamma, perdono il proprio figlio e ci mostrano quale accecante dolore possa derivarne. Aprono uno spiraglio in quell’abisso e noi non ci tiriamo indietro, ma anzi morbosamente attratti, diamo un’occhiata. Ma il fatto di trarre godimento dalla loro sofferenza fa di noi delle brutte persone? Direi di no, perché in verità siamo noi a salvarli dal dolore. Con la nostra presenza e il nostro amore.
Me lo ha dimostrato per l’ennesima volta proprio Nick Cave l’altra sera al Filaforum di Assago, dove per due ore e venti ha tenuto in pugno un pubblico adorante col piglio del consumato imbonitore che non fa mistero di quanto in realtà sia lui ad aver bisogno di noi. Quando la band parte con “I Need you”, ballata struggente presente nell’ultimo disco, che oggi non può che suonare come un canto in morte del giovane Arthur Cave, Nick appoggia sulla melodia dolente, insistita, liriche che non lasciano dubbi su cosa si stia giocando in quel momento l’artista (“Niente importa veramente quando la persona che ami se n’è andata. Sei ancora in me, piccolo. Ho bisogno di te nel mio cuore. Stai cadendo, crollando. C’è una macchina lunga e nera che ci aspetta dietro l’angolo. Mi mancherai quando te ne sarai andato per sempre. Perché niente importa veramente. Ho bisogno di te”) e proprio quando il concerto è giunto al suo climax, Nick si rivolge a tutto il pubblico (e non solo alle prime file, come è solito fare) e chiede a tutti di sollevarsi e cantare con lui “Just Breathe, Just Breathe, I need you“. Ed è come se il concerto raggiungesse il suo fine: qualunque dolore, tormento artistico o umano, può essere superato, succhiando linfa vitale dal proprio pubblico, in un rito laico, officiato ogni volta e ogni volta capace di tenerti in vita e di tenere a bada il dolore. E sapete una cosa? E’ bello per noi essere utili alla causa. Ti da come l’impressione di esserti sdebitato.
Nick Cave in cambio porta in giro il suo spettacolo itinerante con al fianco quel che resta dei suoi Bad Seeds, gruppo iconico come pochi nella storia del rock, ma che nei fatti non esiste più: da quando Blixa Bargeld e Mick Harvey sono andati via, completando la lista delle defezioni che partì da gente del calibro di Hugo Race e Barry Adamson, a rappresentare quello che i semi cattivi furono negli anni più mitici è rimasto il solo Thomas Wydler. D’altronde, sembra quasi la stessa musica del musicista di Melbourne a non aver più bisogno dei suoi semi cattivi: già con “Push Away the sky” si avvertiva una mutazione, confermata poi da “Skeleton tree”, in favore di un sound più sfumato per il quale Nick non ha bisogno che di se stesso e, naturalmente, del suo alter ego Warren Ellis. E’ il violinista australiano il vero protagonista di questa nuova fase della carriera del gruppo, assommando su di se sia il ruolo di capobanda che fu di Mick Harvey che quello di disturbatore che appartenne a Blixa Bargeld. La sua presenza scenica da barbone pazzo è uno spettacolo dentro lo spettacolo. Con Nick si cercano con lo sguardo. La complicità è totale. Il sound dei Bad Seeds di oggi gira tutto attorno ai suoi violini distorti, alle sue ritmiche di chitarra e alle frequenze disturbate dalle sue tastierine giocattolo.

Resta infine di dire di una scaletta ben strutturata tra brani del passato, classici presenti e brani tratti dall’ultimo disco. Dal primo gruppo estraggo l’accoppiata From Her to Eternity e Tupelo, che ci rispedisce in piena tempesta underground anni ’80. Tra i classici presenti si fanno notare Jubilee Street, ma soprattutto Higgs Boson Blues, brano divenuto punto focale attorno al quale far ruotare tutta la scaletta e, infine, in rappresentanza dei brani tratti dall’ultimo disco, menzione d’obbligo per Jesus alone Magneto che, come tutti gli altri pezzi estratti da “Skeleton Tree”, dal vivo acquistano intensità e possenza senza perdere nulla del loro delicato intimismo. Deludono una Mercy Seat frettolosa e un po’ tirata via e una Weeping song che, nonostante venga cantata praticamente in mezzo al pubblico con Nick issato sulla pedana della telecamera che riprende lo show, risente dall’assenza della voce di Blixa.
Lo show si conclude con una invasione di palco voluta dal leader che non genera alcun problema per la sicurezza e l’ordine pubblico. Perché a salire sul palco sono i sudditi del Re Inkiostro.
Tutti stregati ed obbedienti.
In balia del loro idolo sofferente.

Ecco la scaletta:

Anthrocene
Jesus Alone
Magneto
Higgs Boson Blues
From Her to Eternity
Tupelo
Jubilee Street
The Ship Song
Into My Arms
Girl in Amber
I Need You
Red Right Hand
The Mercy Seat
Distant Sky
Skeleton Tree
The Weeping Song
Stagger Lee
Push the Sky Away

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