Probabilmente molti di voi non lo sanno, ma in realtà vorrebbero essere Carlo Miles Prestia.
C’è da dire, a vostra discolpa, che non potete sapere di voler essere Carlo Miles Prestia perché, con ogni probabilità, non conoscete Carlo Miles Prestia. E direi anche giustamente, considerato che il soggetto in questione non è certo una celebrità. Non ancora almeno. Carlo Miles Prestia è il chitarrista dei Tangerines, giovane gruppo londinese che ha pubblicato il 12 maggio di quest’anno il suo primo disco intitolato “Into the flophouse”, prova sulla lunga distanza dopo un paio di EP. Il disco è stato recensito bene ovunque sia in Inghilterra che in Italia e la band batte le strade in tour già da alcuni anni. Ma dicevamo di Carlo Miles Prestia, il loro chitarrista. Come è intuibile dal nome, si tratta di un ragazzo italiano, originario di Palermo, e confesso che, magari non oggi, ma non più di dieci anni fa avrei dato qualunque cosa per essere lui. Ovvero un ragazzo nato nella provincia dell’impero che si appassiona alla musica e sogna le gesta mitiche delle sue band preferite, fino a quando non decide di prendere su e andare a Londra. Arrivato nella capitale, si trova un gruppo: è il pezzo mancante del combo, quello perfetto per completare il puzzle, lo sente lui e lo sentono anche i compagni. Si comincia a provare nelle cantine, si parte con le cover e con qualche esibizione live. Seguono le prime canzoni originali e l’interessamento di una piccola etichetta che porta alla pubblicazione del primo EP. Arriva il primo tour che gira in lungo e largo la Gran Bretagna e le recensioni positive nei magazine britannici e poi – orgoglio di patria – in quelli nazionali (dopotutto, anche se tutti ti dicono che sei bravo, non vale fino a quando non te lo dice il tuo papà). Insomma sarebbe fantastico non tanto essere, quanto vivere quello che sta vivendo Carlo Miles Prestia.

Qualcuno potrebbe obiettare che i Tangerines non sono nessuno (vero), che sono una delle tante band che l’Inghilterra sforna con già su la data di scadenza (falso, ma su questo ci arriviamo tra un attimo). Insomma, considerato che l’invidia è un peccato capitale, se proprio dobbiamo macchiarcene che almeno ne valga la pena. Non saprei… forse da ragazzo devo aver letto il libro sbagliato o ascoltato troppa musica suonata da perdenti, ma mi è rimasta appiccicata addosso l’idea romantica che le cose più belle siano quelle che arrivano a un soffio dal realizzarsi, ma che poi si fermano un attimo prima. Non parlo del piacere dell’attesa e altre menate di questo tipo. Credo proprio che l’entusiasmo iniziale sia quello più puro, che la voglia di farcela sia salutare e che coltivare il sogno e lavorarci sopra con zelo e dedizione valga più del sogno in sé. D’altronde, provate a pensare alle biografie di band che avete letto: la parte più bella non è forse quella relativa agli inizi? Non appassiona di più leggere del primo incontro, dell’incrocio del destino da cui tutto ha avuto inizio? Di contro, la celebrazione e l’inevitabile decadenza a chi interessa? E dirò di più: cosa c’è di più poetico di una storia che poteva essere e non è stata?

Insomma, chiunque abbia tenuto in mano una chitarra o anche solo fatto air guitar con le cuffie in testa non può non aver fantasticato di vivere quello che Carlo Miles Prestia sta effettivamente vivendo oggi. Dopotutto la vita on the road, all’interno di una band, è il perno su cui ruota tutta la retorica del rock n’ roll. Certo, si tratta di una retorica che forse oggi suona un po’ anacronistica, considerato come le band oggi giorno stiano sempre più sul punto di sparire dai radar della musica che conta: fateci caso e pensate a come, in ambito di novità ed emergenti, le ultime stagioni siano state dominate più dai solisti che dalle band. La tecnologia ha di fatto reso superflua la presenza di altri musicisti e chi ha talento oggi può fare tutto da solo (i primi che mi vengono in mente: East India Youth e Nicholas Jaar). Non ha più bisogno di nessuno e al massimo gli basta chiedere a cottimo un assolo o una parte di batteria. La disgregazione che sta colpendo una società che si muove nel paradosso di una iperconnessione tra individui totalmente ripiegati su stessi non può che influenzare anche le modalità con cui si crea la musica. Appagati dalla frequentazione di un tessuto sociale in verità virtuale e illusorio, siamo sempre più soli anche nel momento di creare musica. Attenzione: non è detto che ciò sia un male, potendo un nuovo approccio di certo generare un nuovo tipo di musica, tuttavia ritengo che, senza passare per luddisti retrogradi, ascoltare una band-vecchio-stile come i Tangerines possa ancora regalare parecchie emozioni. E qui veniamo al disco.

Parlando di questa nuova band, qualcuno ha tirato fuori paragoni con i Modern Lovers, probabilmente a causa del suono rock n’ roll asciutto e minimale: vero, ma il cantante Gareth Hoskins non ha l’ironico distacco di un Jonathan Richman, preferendo una impostazione più scorticata e maleducata. Qualcun altro ha tirato in ballo gli Strokes, ma direi che l’aplomb da borghese gentrificato di Julian Casablancas e soci non abita da queste parti, essendo i ragazzi molto più prossimi a un film di Ken Loach che a uno di Sofia Coppola. Puntando più in alto, si è parlato di Television e dei  Velvet Underground di “Loaded”. Tutti paragoni che più o meno rendono l’idea del sound del gruppo. Io, nel mio piccolo, dico che dopo aver sentito i Tangerines mi viene sempre voglia di mettere su certi Rolling Stones vagamente garage dei singoli editi tra il ’65 e il ’67, ma al di là dei singoli richiami, immagino avrete capito di cosa si sta parlando… Di buon vecchio rock n’ roll, suonato con approccio fisico e capace di rievocare nell’ascoltatore la dimensione e il sudore del palco che nel rock è la migliore sinestesia possibile. Un suono classico, ma sapientemente miscelato con ingredienti e additivi che ne rendono il sapore inspiegabilmente nuovo ed eccitante (già, dopotutto ci sarà un perché, se stiamo ancora qui ad ascoltare i soliti quattro accordi e io ci sto pure a scrivere sopra un post…).

Il segreto sta nelle dosi utilizzate che vanno da una spolverata di rhythm and blues (i fiati che impreziosiscono la trascinante Long way home, già classico della band), alle chitarre che profumano ora di garage (Keep on Racing), ora di certe sgangheratezze tipiche del Dylan che si scopriva Giuda ed elettrico (Peckham Boys, inno anthemico dei ragazzi), oppure ancora che si lanciano in frasi ritmiche elementari, ma efficaci (il riff istantaneo di You look like something I killed). L’apparato ritmico da parte sua procede sciolto e deliziosamente svagato: vivacizzato dall’instancabile lavorio degli intrecci tra le due chitarre, non sbaglia un solo stacco e sa tirare dritto quando c’è da sfiancare il pubblico pagante (la lunga coda di Lovers night). Su tutto una voce dotata della giusta personalità per timbro, interpretazione e approccio che dona corpo a una scrittura solidissima che non brilla per originalità, ma che conquista con i suoi ritornelli che verrebbe voglia di imparare a memoria (la singalong di Glam Glam) o con perfetti passaggi strofa/ ritornello (Marlene).

Insomma, c’è di che andare fieri del nostro Carlo Miles Prestia e di augurargli (magari sotto al palco, alla fine del prossimo concerto) che il suo sogno non si realizzi troppo presto.

VOTO: 7,50.

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