Il 14 gennaio del 1977 usciva uno dei pochi dischi che possono essere considerati delle vere pietre miliari della musica, sto parlando di Low di David Bowie.

Questo perché non solo Low esplora mondi musicali ed inventa paesaggi sonori che prima non esistevano, ma soprattutto perché con questa ricerca influenza profondamente generazioni di musicisti a venire, senza Low non sarebbe esistita la new wave così come l’abbiamo conosciuta, ma nemmeno il synth pop più interessante e colto, insomma possiamo veramente dire che questo disco ha “inventato” la musica del decennio seguente e non solo, l’aveva anche già superata nella sua dichiarata, evidente e maggiore atttitudine ad una pretenziosità che non è presente in questa misura negli artisti che si sono ispirati a Bowie (gli stessi Bowie e Eno dichiareranno “abbiamo inventato una nuova scuola di pretenziosità”): mai prima di allora un disco di musica leggera aveva osato tanto, cioè mescolare arte alta con arte bassa, sperimentalismo musicale con formule ortodosse rock, per puntare a qualcosa di inaudito e sorprendente, una musica nuova, che potesse essere considerata colta e sperimentale ma anche pop ed emozionale ad un tempo.

Non è un caso certo che a distanza di vent’anni un compositore come Philip Glass abbia ripreso alcune canzoni di Low (ma poi anche di Heroes e, notizia di pochi giorni fa, ora anche di Lodger, cioè la cosidetta “trilogia berlinese” di Bowie), e abbia realizzato a partire da quelle dei movimenti di un opera sinfonica, anche lui meravigliato da tanto coraggio, cioè un disco come Low che si rivolge al mercato della musica leggera ma che prova ad essere musica colta senza alcun vincolo commerciale (l’unico vincolo di Low è la voglia di sperimentare di Bowie e dei suoi musicisti).

Sempre parlando dell’impatto che ha avuto Low su tanta della musica che è arrivata dopo, impossibile non parlare anche di “quel” suono di batteria presente nel disco, anche questo veramente “inventato” e mai udito prima di Low, un suono di batteria che diventerà “IL” suono di batteria di tutti i dischi new wave e synth pop per tanti anni a venire.

La genesi artistica e la vicenda umana che ha portato Bowie ad incidere Low appartiene ormai alla storia ed alla mitologia del rock.

Nel 1976 Bowie è un artista che è portato in palmo di mano sia dalla critica che dal pubblico, in pochi anni è stato capace di rinnovare il proprio linguaggio musicale dal glam rock, ad una forma ibrida di soul bianco, ed infine, con l’album Station to Station, ha portato nella propria musica le prime sperimentazioni che rivolgono lo sguardo di nuovo all’Europa, in particolare alla scena tedesca in cui si stava sviluppando, grazie a gruppi come Neu!, Can, Faust, Cluster, Kraftwerk, un nuovo linguaggio musicale.

Ma a tanta creatività e capacità artistica corrispondeva anche un declino fisico e mentale indotto da una grave dipendenza da cocaina.

Bowie passava le sue giornate chiuso nella sua villa di Beverly Hills sempre seduto al buio del soggiorno perché non voleva che “la luce del sole interrompesse il senso di eterno presente”, disegnando simboli cabalistici sul pavimento, in preda a manie di persecuzione sempre più angoscianti, si racconta che conservasse nel frigorifero la sua urina perché aveva paura che delle streghe potessero fargli un incantesimo, e si nutriva solo con una dieta di peperoni crudi e latte freddo: alla fine del 1975 pesava 45 chili.

In quei mesi di autodistruzione fisica e mentale si rafforza però il rapporto di amicizia con Iggy Pop, un musicista che in passato Bowie ha molto ammirato, e di cui è stato anche mentore e produttore nel tentativo di recuperare una carriera che si stava disfacendo nell’uso smodato di eroina: i due si ritrovano in uno strano rapporto, un misto di ammirazione e necessità di mutuo soccorso, disperati ed entrambi sull’orlo di un baratro, uno cocainomane e l’altro eroinomane, e insieme decidono di abbandonare Los Angeles e tutto il seguito di profittatori e spacciatori che stavano distruggendo le loro vite, e di spiegare le loro vele verso l’Europa, là dove arrivavano gli echi di una nuova estetica musicale, la Germania e Berlino.

Bowie in seguito dirà, scherzosamente, che lui ed Iggy Pop avevano avuto la “brillante” idea di disintossicarsi insieme dalle sostanze stupefacenti trasferendosi a Berlino, la capitale europea dell’eroina.

In realtà mai decisione fu migliore, perchè effettivamente i due riescono a intraprendere con successo un percorso di disintossicazione e riabilitazione, in una città ed in un clima musicale che riescono anche a fornirgli nuovi ed entusiasmanti stimoli creativi.

Low comunque non fu registrato interamente a Berlino, nei primi mesi della produzione e composizione dell’album Bowie e Iggy non si erano ancora definitivamente trasferiti nella città tedesca, alloggiavano temporaneamente in un hotel e non ancora in Haupstrasse 155, in quella che diventerà la loro casa nei due anni successivi.

Le registrazioni di Low si svolsero invece negli studi del Chateau d’Herouville, a pochi chilometri da Parigi, dove i due musicisti avevano appena finito di registrare The Idiot, l’album di Iggy Pop che segna l’inizio della loro rinnovata collaborazione artistica, un album in cui tutte le musiche sono composte da Bowie ed i testi da Iggy, un album cupo, dai suoni industriali, una strano miscuglio di strumenti tradizionali e sintetizzatori, sicuramente Bowie stava già facendo le prove generali del sound che stava cercando per Low.

Ed infatti la lavorazione dell’album cominciò ufficialmente il 1 settembre 1976, subito dopo il completamento di The Idiot, ed il metodo di registrazione seguì sostanzialmente lo schema che Bowie aveva cominciato ad affinare con The Idiot e che poi sarebbe diventato la sua modalità operativa per tutti gli album a venire: Bowie si presenta in studio praticamente senza alcuna canzone già scritta e strutturata (nel caso di Low uniche eccezioni sono What in the world, che era stata composta durante le sessioni di The Idiot, e di Subterraneans, brano strumentale composto per la colonna sonora di The man who fell to Earth), l’artista inglese ha solo alcune sequenze di accordi da sviluppare in studio, e nei primi giorni insieme ai musicisti che compongono la sua sezione ritmica (chitarra ritmica, basso, batteria), registra l’ossatura del brano e la sequenza definitiva di accordi; poi Bowie, insieme al musicista che considera il collaboratore più importante per strutturare gli arrangiamenti, un po’ il suo direttore musicale del momento (in Low era Carlos Alomar il chitarrista già “responsabile” del riff killer di Fame), lavora alle sovraincisioni, utilizzando musicisti convocati ad hoc a seconda delle parti da eseguire (e qui voglio citare uno degli “eroi” poco celebrati di Low, il chitarrista solista Ricky Gardiner, con i suoi assoli di chitarra distopica e fluttuante); infine, quando tutti i musicisti tranne il produttore sono stati mandati a casa, Bowie aggiunge la traccia vocale che viene quindi improvvisata al momento insieme ai testi.

Già questo modo di procedere è in totale contrasto con quello della stragrande maggioranza delle musica pop e rock, in cui solitamente si arriva in studio con canzoni già complete a livello di struttura di accordi, voce e testo, e gli strumenti vengono aggiunti come “abbellimenti” ad una melodia già ben strutturata, il metodo di Bowie è invece un vero e proprio “capovolgimento”, a testimonianza della voglia di sperimentare e dalla inebriante libertà creativa che si respira in Low.

Si perchè Low nasce prima di tutto come opera di pura sperimentazione, oserei dire opera necessaria per Bowie, un artista che in quel particolare momento della sua carriera aveva un bisogno disperato di ricostruirsi prima di tutto da un punto di vista umano, di equilibrio psico fisico, ed inevitabilmente intuisce che l’unico modo per riuscire a ricomporre i cocci in cui si era frantumata la sua esistenza era quello di affidarsi all’unica cosa certa nella sua vita, la musica, in una catarsi tra arte e vita che ha pochi precedenti nella storia della musica, ed è per questo che alla fine è necessariamente sgorgata una musica nuova, inaudita, perchè è attraverso essa che Bowie stava ricostruendo i suoi nuovi mondi personali, le sue nuove visioni, verso un universo ancora in divenire.

Come dichiarò una volta Brian Eno, sciamano del suono di Low con i suoi sintetizzatori e coautore insieme a Bowie di Warsawa, il brano strumentale epico e struggente che apre il lato B del disco, Bowie stava facendo di tutto per sfuggire ad una carriera di successo.

Era talmente una atmosfera puramente artistica e di pura sperimentazione quella che si respirava durante le sessioni di Low, che è famosa la telefonata con cui Bowie e Eno contattano il produttore dell’album, Tony Visconti, ed in cui gli chiedono se avesse avuto voglia di passare alcuni mesi in Francia a lavorare ad un progetto che avrebbe anche potuto rivelarsi una totale perdita di tempo.

E alla domanda di Bowie, “come e con cosa puoi contribuire alle sessioni dell’album?”, altrettanto famosa è la risposta del produttore, “porterò il mio Eventide Harmonizer, è un effetto che fotte con la struttura del tempo”, scatenando l’ilarità di Bowie e Eno, e sarà proprio l’Harmonizer il responsabile dell’innovativo suono di batteria di Low.

Ed effettivamente Low avrebbe anche potuto rimanere solo un esperimento, e sicuramente il merito della pubblicazione va dato a Visconti che, registrando scrupolosamente tutto quanto veniva realizzato in studio, un giorno si presenta da Bowie con una cassetta contenente i brani terminati, ed è solo in quel momento che entrambi realizzano di avere tra le mani un album.

Quello che Bowie tenta con Low possiamo definirlo un ibrido, uno dei tanti ibridi che hanno costellato la sua carriera, cioè il tentativo di unire gli strumenti tradizionali con i sintetizzatori, partire da una struttura musicale, il più delle volte improvvisata in studio da una delle migliori band R’n’B del tempo, e poi deformarla, straniarla, farla sbordare verso orizzonti inauditi, applicando un approccio totalmente nuovo ed “europeo” alla musica, ispirato a quei musicisti tedeschi che formavano la scena del kraut rock e che erano oramai diventati un ascolto assiduo e quotidiano per Bowie.

Questo ha significato sostanzialmente due cose: da una parte destrutturare la forma canzone che cessa di essere necessariamente una alternanza di strofe e ritornelli, dall’altra comporre dei brani strumentali, senza i limiti temporali e strutturali caratteristici della canzone pop e rock, addirittura il secondo lato di Low contiene unicamente composizioni strumentali che diventano delle lunghe suite in cui viene eliminato l’elemento ritmico della batteria, ed in cui la voce viene usata o come puro elemento sonoro evocativo, un vero e proprio strumento tra gli altri strumenti, oppure come a salmodiare litanie in una lingua completamente inventata da Bowie, ancora una volta concentrandosi sugli esiti puramente musicali della voce piuttosto che quelli di senso verbale.

Il risultato finale è sorprendente, “New music: night and day” doveva intitolarsi originariamente Low, ed effettivamente siamo davanti ad una nuova forma di musica, qualcosa di mai ascoltato prima.

Quello creato da Bowie è un mondo frammentario, di dissolvenze che non si risolvono mai in un finale compiuto, canzoni che arrivano da chissàdove e si dissolvono in un istante come bagliori alla deriva, un immediato svanire che è il cuore pulsante dell’esistenza stessa.

Questo è un mondo di balbettii lontani, di evocazioni sintetiche, più che “dire” qui si allude, più che “comunicare” qui si è nello smarrimento e nell’afasia, un mondo di dolore bianco e ovatta, di visioni lisergiche e schegge di luce, non c’è un centro, una forza di gravità che attira musica e pensieri, invece l’ispirazione cerca coordinate polari e rotte musicali mai tracciate prima, che si diffondono in direzioni inaspettate, gorghi in metastasi che si affacciano sull’ignoto.

Come dicevo prima è il viaggio personale ed artistico di un uomo, di un musicista la cui salute fisica e mentale è arrivata ad un punto di rottura, anzi ha già cominciato a sgretolarsi, e Bowie cerca attraverso la musica di ricomporre i pezzi della sua umanità e della sua arte, ma allo stesso tempo ci sta raccontando in presa diretta, senza filtri, della sua situazione attuale, del suo sgretolamento, della sua angoscia, della sua lotta necessaria e disperatissima, la sua anima messa a nudo, spogliata e indifesa, ma non ancora vinta.

Non a caso il titolo, Low, non solo come “basso profilo”, a testimoniare la sua impossibilità a dire, a raccontare, tanta è l’angoscia ed il dolore che sovrasta e domina ora la sua esistenza e travolge ogni altro aspetto, soprattutto la sua capacità di esprimersi attraverso i testi (Low è il disco di Bowie in cui i testi sono veramente ridotti al minimo, e su 11 brani ben 6 sono strumentali), ma Low sta anche a testimoniare il punto più basso della sua vicenda umana e artistica.

E allora se non puoi più parlare, ti puoi affidare solo alla musica, al suo potere liquido di lenire le ferite e le ulcere della vita, e la musica di Low è musica fortemente emozionale in questo senso, è musica pittorica ed espressionista, una musica che disvela i paesaggi mentali di Bowie, luoghi-non luoghi per l’anima e la mente, dolenti e consolatori, una musica che è dolore ed energia ad un tempo, dolore di vivere e gioia di vivere che si mescolano scandalosamente in una esistenza fratturata, ghiaccio e lava che squassano il mondo e danzano insieme alla “velocità della vita”, Speed of life, il brano di apertura di Low, uno strumentale che sgorga da una dissolvenza e si dilegua in una notte chimica di suoni, basta ascoltarlo ancora oggi per capire che siamo attraversati e stiamo contemplando il futuro, anche a distanza di quarant’anni, tanto grande è il genio e la potenza della musica di Low.

Marco Frigerio

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2 risposte a "David Bowie – Low"

    1. Grazie Raffaele delle belle parole, veramente molto apprezzate dal momento che sono un fan di quello che scrivi!
      Un piccolo aneddoto: in passato ho avuto la fortuna di corrispondere via email con Tony Visconti, e gli avevo chiesto lumi sull’influenza di Eno su Low, e lui mi aveva detto che Eno “aleggia” su Low ben prima della sua realizzazione, nel senso che Another green world era un album che Bowie ascoltava incessantemente in quel periodo, e quindi era già influenzato dalle idee dello sciamano dei synth ;)), e che sicuramente Eno ha avuto un apporto fondamentale nelle scelte delle sonorità, in special modo come venivano filtrati gli strumenti nel suo Ems VCS3, però Eno arriva in studio quando praticamente le canzoni erano già state tutte strutturate e registrate, tranne Warsawa (di cui è coautore), a differenza di Heroes e Lodger in cui Eno è in consolle fin dal primo giorno di realizzazione, sapere questo è interessante, perchè ci fa anche capire come Bowie avesse già in mente molto chiaramente che musica volesse creare, e Eno all’inizio è un catalizzatore di idee, un suggeritore di “strategie oblique” che provano a fare deragliare strutture e clichè (famoso il suo suggerimento a Bowie, che pensava che molte delle canzoni di Low fossero incomplete, non concluse, penso a Breaking Glass con i suoi 2 minuti e qualcosa di durata, ed invece Eno gli suggerisce di lasciarle così, incomplete e inconcluse), ma poi diventa con il tempo, Heroes e Lodger, parte integrante e fondante della ricerca di Bowie, veramente una delle più grandi e proficue collaborazioni della storia del rock…

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